Quello strano movimento di opinione che è il web è stata sconvolto in questi giorni dalle grida di condanna per la parata del 2 giugno. Condividendo il meglio dei demotivational, chiunque si fosse autoindicato come animato da un qualche senso civico, sentiva il bisogno di dire qualcosa (di negativo) sulla parata.
La rivendicazione era perlopiù CONTABILE (neanche economica): i fondi stanziati per la parata dovevano essere destinati alla ricostruzione emiliana. Ma è ben probabile che i fondi non fossero revocabili, qualche giorno prima della parata; non è un caso che il disastro friulano del '76, che portò l'allora governo Moro V ad annullare l'evento, avvenne ad inizio maggio, non a fine. Se si pone il problema sulla contabilità, tra F35, buoneuscite, evasione e caviale quirinate a pochi euro, di parate se ne sarebbe potuta fare anche qualcuna di più, che si sarebbe ravvivata qualche piazza. Insomma, demagogia di quelle già viste. Ma perché tanto successo antiparatista?
Il problema è in realtà SIMBOLICO: la sfilata di gagliardetti, bandiere con colpi a salve, cannoneggiate con applausi e gorgheggi è per antonomasia qualcosa di simbolico. E nella smagrita penisola del 2012 si ha voglia di far tutto meno che festeggiare. Ma, se tale è la decadenza delle Repubblica con la più bella costituzione del mondo, non bisognerebbe concentrare tutti gli sforzi e le energie su un evento simbolico (come per il 25 aprile), per rivivificare la rattristata pulzella? Ma forse, se la tristezza è nel cuore, a poco serve portarla al ballo: bisogna forse sussurrarle solo qualche parola di conforto, sincera e senza retorica. Bisogna tornare, come direbbe qualcuno, all'ESSENZA: un popolo modesto ma capace di cose meravigliose, che ripudia la guerra per costituzione (in tutti i sensi), con uno degli inni meno autoritari e più repubblicani che ci siano, non vuole parate, non vuole l'ebbrezza di un festeggiamento, ma la sincera solennità di una celebrazione. E la celebrazione non può passare sfilando, ma si concretizza in altro. Deve dipingere il futuro, non godere del passato.
Azioni comuni di volontariato? Eventi di condivisione? Non riesco a non pensare a qualcosa come una Festa della Semina di una ruralità ormai scomparsa. E questa democrazia, tutta da rivedere ma prima ancora da risentire nell'animo, cosa vuole seminare?
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